Mommy

4 Maggio 2022 - Viaggio nella Luna

MOMMY (2014) di Xavier Dolan: “Quando il pubblico somatizza lo schermo”

Mommy è il quinto lungometraggio diretto dall’enfant prodige canadese Xavier Dolan. Presentato in concorso alla sessantasettesima edizione del Festival Internazionale di Cannes, la pellicola sbalordì il pubblico e folgorò la critica per la scelta stilistica brillante di presentare il film in un formato visivo quadrato, slanciato verso l’alto e claustrofobico, un’operazione, che insieme alla performance immersiva e drammaturgicamente passionale dei suoi tre protagonisti, consentì all’opera e al suo autore di ottenere il Grand Prix della giuria.

Scritto e diretto da Xavier Dolan, Mommy è un’opera drammatica ambientata in Canada in un possibile futuro distopico. In questa realtà fittizia, lo stato del Canada ha approvato una legge, la S – 14, che consente ai tutori di minori affetti da importanti disturbi di attuare una misura restrittiva, un ricovero coatto presso ospedali psichiatrici specializzati. Diane, vedova quarantaseienne provata dalle difficoltà della vita, è madre di Steve, un quindicenne dal carattere esplosivo, vulcanico e altamente irascibile. Diane deve riprendere con sé nella propria angusta abitazione Steve perché quest’ultimo, dando fuoco alla mensa dell’istituto di correzione presso il quale era stato assegnato, ha provocato delle lesioni permanenti ad un suo compagno. Diane, sempre in cerca di un’agognata stabilità economica e quindi falcidiata da massacranti lavori saltuari e onerose bollette e adempimenti burocratici da far fronte, si sobbarcherà il fardello emotivo di un figlio tanto ingestibile quanto estremamente affettivo e morboso come Steve. D’altro canto, Steve, che nutre un amore fuori dagli schemi percettivi comuni verso la propria madre cercherà, tra mille difficoltà, di frenare i suoi istinti furibondi e incontrollabili per prendersi cura dell’amata madre in balia delle incertezze che incombono quotidianamente sul suo capo. Gli indizi per una convivenza dalle note agrodolci sono tutti riuniti; l’unico elemento mancante all’appello è un terzo personaggio, esterno alla vicenda, che cercherà di ricomporre l’assetto fratturalmente scomposto familiare per cercare una comunione d’intenti che possa arridere per la prima volta ai due inquilini. Il terzo personaggio che la pellicola introduce al pubblico è la vicina di casa di Diane e Steve; Kyla, una donna mite e silenziosa che scruta in segreto e affascinata i nuovi dirimpettai con il loro stile di vita e le loro dinamiche relazionali strambe. Kyla è un’insegnante, balbuziente, ferma ad un anno sabatico; il contraltare di Steve e Diane è proprio una donna la cui conflittualità giace sopita e tempestosa introiettata nel suo carattere refrattario. L’incontro tra i tre nasce dall’esigenza per Steve di prendere ripetizioni su più materie: Kyla a piccoli ma inarrestabili passi entrerà nelle loro vite e cercherà di portare con sé uno spettro materno alternativo e speculare rispetto a quello di Diane; diventerà una seconda amata mamma da parte di Steve e un’amica profonda e sincera per Diane. Le vite, dell’insospettabile trio, torneranno a respirare in un girotondo e, da diversi punti di vista, in un’altalena di emozioni che pervasivamente traccerà un solco mellifluo nel cuore degli spettatori.

Xavier Dolan sin da J’ai tué ma mère (2009) palesa una cifra narrativa inconfondibile: il rapporto odi et amo con lo spettro incombente della figura materna. Il leit motiv ricorrente nelle opere del regista canadese è proprio la dicotomia inscindibile tra madre e figlio; facce eterogenee del medesimo parto naturale. Mondi, figli delle stesse particelle in un’ineluttabile collisione tra sé stessi. L’amore amniotico che lega madre e figlio si sfranga alla prova del tempo e della vita terrena per risanare quell’insostenibile richiamo all’unità uterina che da sempre li invita ad introiettarsi nell’unico corpo possibile.

Mommy però è molto più; è puro esercizio di stile o meglio è surclassamento dello stile semiotico del medium cinematografico, è estetica del cinema che rinnova ancora una volta il mostrarsi degli eventi e della comunicazione del pathos visivo sotto altre, nuove forme. Qui l’operazione visiva e semiotica di Dolan si palesa con estrema ed insostenibile evidenza; gioca scientificamente con l’aspect ratio delle proporzioni algebriche dello schermo. Decide di mostrare per poco più di un’ora la caustica relazione familiare proiettando sullo schermo frame ridotti a proporzioni rettangolari, occludenti. I personaggi vengono mostrati quasi uno alla volta nello spazio visivo al punto che lo spettatore non regge quest’insopportabile voyeurismo inconcluso della storia cinematografica. Le difficoltà, i timori e le angosce dei personaggi diventano ancor più reali e opprimenti come un morbo sottocutaneo da essere somatizzati psico – visivamente dallo spettatore stesso. Si empatizza con i personaggi e le loro storie, si somatizza il mostrato e ancor più le concause del contingente della narrazione di Dolan. La potenza della scelta stilistica del regista si mostra, però, ancor più nel suo momento di climax che coincide, fortunatamente per lo spettatore, con il momento più gioioso di tutta la pellicola: il momento in cui le storie dei tre personaggi, come un ingranaggio ben assestato, si incastrano magnificamente; il momento in cui la leggerezza, la spensieratezza entrano nelle loro vite come un’avvolgente carezza materna.

Ed è così che accompagnati dalle note cariche di libertà immaginifica di Wonderwall della band Britpop degli Oasis gli spettatori trattengono un’ultima volta il respiro reso affannoso dalle ridotte dimensioni dell’immagine cinematografica. Lo spettatore segue autenticamente il respiro di Steve e Diane durante la loro fuga dalla routine domestica espirando e cacciando fuori tutto il malessere e sconfiggendo con la forza del pensiero e dell’amore le barriere architettoniche e mentali imposte dal deus ex machina cinematografico.  

Articolo di Francesco Saverio Vernice