Little Miss Sunshine

7 Aprile 2022 - Viaggio nella Luna

di Valerie Faris, Jonathan Dayton: “Nove passi per raggiungere l’unità”

Non parli per Friedrich Nietzsche … Forte!

(Frank Ginsberg)

Little Miss Sunshine, pellicola del 2006, è il primo lungometraggio diretto dal duo registico Valerie Faris – Jonathan Dayton (già autori di numerosi videoclip musicali per R.E.M., The Smashing Pumpkins, Red Hot Chili Peppers e altri). Il film, prodotto con un budget stimato intorno agli otto milioni di dollari, è stato un successo unendo di fatto il clamore del pubblico al plauso della critica specializzata sia nel contesto del prestigioso palcoscenico del Sundance Film Festival che agli Oscar nella cui edizione si è aggiudicato ben due statuette per la migliore sceneggiatura originale e per il migliore attore non protagonista grazie alla performance di Alan Arkin (Edwin Hoover).

La pellicola narra le vicissitudini, gli accordi e disaccordi di una famiglia, come recita la logline del poster americano, “sull’orlo di una crisi di nervi”.

Salgono le note dei De VotchKa in particolare l’onirica How it Ends. La base Synth, tra i suoi picchi ridondanti e le sue discese abissali, introduce lo spettatore in un mondo anestetizzato, lisergico e magnetico come può esserlo un programma che se pur noioso non permette di distogliere lo sguardo neanche per un secondo.

 I primi fotogrammi del film restituiscono un primo piano degli occhi sgranati, puri e fagocitanti nei confronti del mondo circostante (mediatico e ri – mediato), della piccola Olive (interpretata da Abigail Breslin) mentre assorbe le immagini del concorso di Miss America. Mette in pausa il programma tv videoregistrato, riavvolge con il telecomando il concorso cercando una mimesis inscindibile e prossemica con il suo idolo. Una voice over intreccia le immagini di Olive; è la voce di suo padre Richard Hoover (intrerpretato magistralmente da Greg Kinnear) un mental coach che nel contempo tiene una conferenza per divulgare un metodo di successo, a suo dire infallibile, i Nove passi per raggiungere il successo. Richard divide la società in vincitori e perdenti, le sue parole montate sulle immagini di Olive rimarcano il contrasto di forte impatto dialettico contro cui si impattano i sogni infantili e puerili della bambina. Si accendono le luci dell’auditorium in cui si trova Richard e la macchina da presa ci mostra il background della conferenza; un’aula semi vuota popolata da soggetti emarginati, disattenti e che stentano ad applaudire. Già in pochissimi minuti captiamo il tema pregnante del film: l’incomunicabilità in un contesto familiare che divide il mondo tra vincenti e perdenti.

Richard stesso è un perdente che cerca di vendere al mondo una metodologia per rendere le persone vincenti. La pellicola incalza, e mostra la madre di Olive e moglie di Richard, Sheryl Hoover (interpretata da Toni Colette) mentre guida ad alta velocità, distratta perché parla al cellulare con il marito, fuma e nello stesso tempo gli mente. Una madre sregolata ma che più avanti si dimostrerà essere l’unico collante della precaria e instabile unità familiare. Fa il suo ingresso in scena, Frank Ginsberg (interpretato da Steve Carell) fratello di Sheryl; professore universitario tra i più importanti studiosi del pensiero di Marcel Proust. Frank è ricoverato in una clinica psichiatrica dopo che aveva tentato il suicidio per via di un amore non corrisposto nei confronti di un suo studente universitario. Sheryl decide di ospitarlo in casa mentre il medico l’avverte di non lasciarlo mai da solo, lasciando intendere che potrebbe manifestare la volontà di ripetere l’estremo gesto. Frank dovrà dividere la stanza con il primo genito degli Hoover: Dwayne (interpretato da Paul Dano) un adolescente che odia chiunque (compreso i suoi familiari) e che ha deciso di fare voto di silenzio fino a quando non sarà riuscito ad entrare nell’aeronautica. Dwayne divide le giornate tra estenuanti allenamenti a corpo libero e avide letture di Nietzsche (legge sistematicamente Così parlò Zarathustra). Svolge tutte le precedenti attività nella sua cameretta, dalle sembianze di una dimora ascetica dove campeggia un drappo con la gigantografia del volto del filosofo tedesco. L’ultimo personaggio e protagonista che la macchina da presa introduce nei primissimi metraggi della pellicola è il nonno Edwin Hoover (interpretato da Alan Arkin). Il pretesto è il pranzo di famiglia; il nonno è un reduce di guerra, silurato dalla residenza per anziani a causa della sua condotta libertina: sniffa eroina ed è ossessionato dal sesso ma in realtà si dimostrerà essere l’unico componente del gruppo familiare ad assecondare fino in fondo le aspirazioni della piccola Olive e il suo sogno di vincere il concorso di bellezza Little Miss California insegnandoli una coreografia e liberando la vena artistica e irrefrenabile della nipotina.

Il già precario equilibrio familiare viene sconvolto da un messaggio lasciato in segreteria che annuncia il ritiro della vincitrice del concorso di bellezza regionale e l’automatica inclusione di Olive, piazzatasi al secondo posto, come partecipante alle finali statali di Little Miss California. Tutta la famiglia è costretta ad accompagnare Olive, ogni componente deve necessariamente dipendere dalla presenza fisica dell’altro per non cadere nella disperazione, così decidono di prendere, per ristrettezze economiche, un minivan icastico e di affrontare un viaggio on the road con destinazione finale la California.

Little Miss Sunshine palesa le nevrosi e il reale contraltare della visione vincente e puramente ultra-capitalista del “sogno americano”. I protagonisti sono tagliati sin da subito fuori dagli standard stereotipati dei soggetti vincenti della società americana; sono degli outsiders che presto si ritrovano a fare i conti con le fragilità che le altissime pressioni di una mentalità così deviata impone alle loro vite. La pellicola si potrebbe interamente rileggere alla luce della filosofia nietzscheana di cui Dwayne è un affamato lettore ma di cui è al contempo un superficiale esegeta.

L’ossessione per il successo, la devozione e capitalizzazione di tutte le proprie energie nel nome di un unico e singolo obiettivo è sintesi della distorta visione e interpretazione dell’“oltre uomo” nietzscheano di cui tutti i componenti della famiglia ne sono, attraverso molteplici rappresentazioni, dei surrogati non consoni. Mentre scorrono i fotogrammi della pellicola si realizza sempre più che un’analisi sbagliata ma così ben radicata nelle menti, nelle vite, e nei costumi dei soggetti in scena conduce ad un’impasse narrativa e psicologica pregnante. Il morbo che si autoproclama e s’intreccia tra le regole dell’unità familiare è in definitiva la non comunicazione pressoché assoluta.

Ciò che sale alla ribalta è la caratterizzazione fumettistica dei protagonisti; l’esclusiva stramberia, il grottesco dei loro caratteri tende ad esorcizzare gli spettri di una diversità non inclusa e ben amalgamata all’interno dell’universo familiare.

La svolta, il risveglio, di un senso o di un’etica superiore per la famiglia tutta è il viaggio; un semplice pretesto ma ancor più incarna la volontà di assecondare, sostenere e portare a conclusione il sogno della giovane Olive. Un senso di protezione archetipo, che però porta i protagonisti, uno ad uno e attraverso ciclici ostacoli e superamenti, ad accettare la diversità reciproca e a saldare l’amore in un patto non scritto che in ultima istanza, come nel mito platonico della caverna, porterà ogni membro a toccare con mano la realtà del mondo circostante e a sollevare il velo di maya oscurantista della società nella quale sono immersi. Tutti assieme compiranno un gesto di sabotaggio e liberazione che può essere racchiuso in un singolo aforisma del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: “e coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”.

Da un punto di vista registico, eccellono le inquadrature: studiate per riprendere i soggetti nel loro microclima e per scrutare le geometrie e le superfici degli spazi attraverso la profondità di campo e perciò ponendo una lente d’ingrandimento dialettica sulla scenografia. La scelta dei colori (il giallo e il rosso in particolare) e dei costumi qui diviene vera e propria scienza in quanto studio esemplare di un messaggio visivo della psicologia e dei contrasti interni ai protagonisti. La stessa colonna sonora dei De VotcKa da puro elemento di scena diviene protagonista per l’accento posto sui moti dell’animo dei personaggi.

Mentre scorrono le immagini crepuscolari, con le quali la pellicola giunge al suo culmine, si ode, attiguamente alle note synth di How it Ends, la crescita aurorale del rullante e delle percussioni sinonimo di battesimo e di genesi di una nuova creaturale energia negli Hoover.

Articolo di Francesco Saverio Vernice