Favolacce

18 Maggio 2022 - Viaggio nella Luna

FAVOLACCE (2020) di Damiano e Fabio D’Innocenzo: “Scrivere per il Cinema personaggi periferici”

Quanto segue è ispirato a una storia vera … La storia vera è ispirata a una storia falsa … La storia falsa non è molto ispirata”

Favolacce è il secondo lungometraggio diretto e scritto dai gemelli, registi ed autori, romani Damiano e Fabio D’Innocenzo, presentato in concorso al Festival di Berlino del 2020, la pellicola ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dell’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura. Dopo il brillante e sorprendente successo di critica e pubblico per la loro opera prima La terra dell’abbastanza i fratelli D’Innocenzo decidono di scolpire, attraverso la loro forte vena autoriale, in celluloide la propria cifra stilistica fortemente votata alla rappresentazione cinica e grottesca delle storie e degli incubi, ad occhi aperti, di borgata.

Una voce narrante, extradiegetica, introduce, con poche parole fluttuanti, lo spettatore alla visione. Il narratore, parlando in prima persona, afferma di aver rinvenuto un diario di una bambina inchiostrato da una penna verde con una calligrafia incerta, infantile capace di riportare il narratore allo stadio primitivo della sua esistenza. Il narratore afferma che dopo aver finito di leggere il diario l’ha conservato provando in più riprese a terminarlo senza successo. La pellicola prende forma e le calde e ingiallite immagini del lungometraggio richiamano come immaginario una torrida estate alle porte di Roma dove le storie delle famiglie protagoniste vengono messe in scena. C’è la famiglia Rosa che vive in una villetta a schiera tra le campagne romane; madre e padre crescono la giovane Viola con estrema disattenzione, mostrando scarso amore e cura del suo benessere; interessati soltanto ad apparire migliori dei coniugi dirimpettai, covando tanta invidia e affilando la tagliente lingua, asserragliati oltre le tapparelle semiaperte che danno sul vicinato. I Rosa, nonostante ciò, frequentano la famiglia Placido composta da Bruno, padre di famiglia (interpretato da un distaccato e feroce Elio Germano) sua moglie e i loro due figli Dennis e Alessia. Le due famiglie dividono le afose cene estive insieme, nel giardino dei Placido, dove tra un boccone e l’altro si consuma sempre il medesimo canovaccio: i Rosa si pavoneggiano, lavorativamente parlando, di fronte ai Placido mentre i Placido rimangono in silenzio, disinteressati e svogliati. Quella sera però i Placido per freddare definitivamente i Rosa e le loro chiacchiere fanno leggere ai propri figli le loro pagelle davanti ai propri commensali. Entrambi il massimo dei voti in ogni materia: un utilizzo dei figli come strumento per demolire completamente l’autostima di una famiglia arrivista come i Rosa. L’ultima famiglia mostrata dai D’Innocenzo è quella dei Guerrini; composta soltanto da Amelio un padre single che vive in un prefabbricato immerso nel verde il quale lavora come cameriere per guadagnare il necessario per tirare su l’amato figlio Geremia. I bambini spesso stanno in silenzio, non trovano la forza di levare il capo e guardare negli occhi i propri genitori e per questo vagabondano, giocano con effetti personali rudimentali e soprattutto studiano e assorbono in abbondanza le lezioni scolastiche; in particolare scienze e fisica. L’estate è alle porte ma questi bambini non inseguono la spensieratezza tipica delle loro primavere, si chiudono in sé stessi e si danno da fare per osservare i grandi e cercare un’improbabile spiegazione all’aridità dei sentimenti.

La scrittura dei D’Innocenzo in questa commedia nera a tinte grottesche affonda le proprie radici nell’immaginario familiare di borgata. Le periferie e le loro storie alla deriva sono lo specchio d’acqua in cui i gemelli romani s’immergono per trarne linfa vitale e restituire sotto forma d’immagini allegoriche ed estremizzate una miticizzazione di un’umanità periferica. Come le formiche, più volte riprese nel film, che lentamente consumano i frugali avanzi così l’umanità viene assimilata dalla visione cupa dei due fratelli; arrampicatori sociali, invidiosi e animaleschi. Dalla parlata fortemente romana, che ne marca prepotentemente la distinzione tra come vogliono apparire e quell’ambiguità rancorosa che portano dentro come un macigno, fino alla lussureggiante piscina gonfiabile, squarciata per il puro scopo di alimentare la faida brutale tra il vicinato; tutto questo palesa la vacuità impressa nello sguardo tratteggiato di questi esseri umani. Non è un caso che i D’Innocenzo dopo aver diretto La terra dell’abbastanza abbiano co – firmato le righe di Dogman diretto da Matteo Garrone del 2018, altro fantastico esempio di marginalità ripugnante portata sul grande schermo. Dalla pellicola di Garrone ne assorbono gli spazi, i perimetri dove la mise en scène prende sostanza, il discorso viene traslato però nel focolare domestico, mai rappresentato così distante, asettico in via di decomposizione. I bambini non riescono neanche a sfiorare i propri genitori perché il loro sguardo è aberrante; il loro rifugio non può essere neanche il mondo circostante perché fondamentalmente ha da restituire solo il degrado come Harmony Korine ha insegnato facendo scuola nelle proprie pellicole (Kids del 1995 e Gummo del 1997 su tutti).

 Le interazioni tra genitori e figli avvengono in maniera convulsa, distorta e farraginosa; ci si chiede il senso di tale indifferenza come nella scena della rasatura dei capelli di Viola o della trasmissione del morbillo tra i piccoli protagonisti. In tal senso la freddezza di certi comportamenti insondabili ma esperiti ricorda lo stile di Michael Haneke (Funny games del 1997 e La pianista del 2001). Il riscatto dell’infanzia in questa terra periferica germina però nei silenti studi tra i banchi di scuola; il meccanismo di autodifesa inizia ad innescarsi nei primi giorni di festività estive, pronto a spazzare via dalla faccia della terra il torbido, come le acque delle piscine mostrate, e flebile inganno parentale, seguendo in sordina la rivoluzione mancata delle sorelle Lisbon ne Il giardino delle vergini suicide diretto da Sofia Coppola nel 1999.

Articolo di Francesco Saverio Vernice