106 – Sally Mann

24 Maggio 2022 - Orizzonti

SALLY MANN, DARK DIARY OF THE SOUTH

“C’è un paradosso quando guardiamo le fotografie. Vediamo la bellezza e vediamo il lato oscuro delle cose.

Sally Mann è considerata una delle più importanti e controverse fotografe americane nel panorama artistico contemporaneo. Le sue immagini poeticamente decadenti e oniriche hanno il potere di rimanere sospese in una dimensione senza tempo, in un equilibrio fragile tra vita e morte, tra presente e memoria, tra ordinario e straordinario. Nei suoi lavori, che indagano da sempre il concetto di memoria, il senso e la forza dei legami, si respira la primordiale vicinanza dell’uomo con la natura e tutta la purezza, decontaminata da morale e pregiudizi, dei riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta, in quella difficile e complessa transizione su una sottile linea di sospensione oltre la quale, a volte, si sprofonda.

L’iconografia intima della Mann narra con sguardo toccante e materno piccole storie quotidiane, sussurra momenti privati di un racconto personale e universale, che sublima in poesia.

Sally Mann è nota per i suoi ritratti in bianco e nero attraverso l’antica tecnica del collodio umido, per aver fotografato in modo del tutto singolare, i membri della sua famiglia, i tre figli e il marito, amici e vicini di casa, e per l’attenta documentazione del paesaggio del profondo sud americano. Dagli anni ’70 Sally racconta della sua vita in campagna, in una serie di scatti tra ritratti, paesaggi e nature morte, un tutt’uno così delicatamente impastato tra intimità e natura selvaggia, che ha sollevato fin da subito non poche polemiche, a volte proteste fino a richieste di censura.

Difatti i suoi scatti sono avvolti da un alone di inquieta bellezza e sconcertante stupore che affascina e lascia al contempo perplesso, chi li osserva. Queste sensazioni contrastanti restano fedeli a quel lato oscuro che contraddistingue la sua instancabile ricerca, un gioco continuo contro il tempo che passa dalla spensieratezza di un ordinario quotidiano all’imprevedibile scenario che incalza e rompe i margini. Il risultato è un percorso tra tenebre e luce che sorprende e inquieta, quanto le iconiche espressioni imbronciate e pose scompigliate dei suoi soggetti.

“Quando arrivano buone immagini, speriamo che raccontino verità, ma verità “raccontate di sbieco”, proprio come diceva Emily Dickinson. (…) Ogni immagine è in qualche modo un “ritratto”, non nel senso che riproduce i tratti di una persona, ma nel senso che attrae e richiama, estrae qualcosa, un’intimità, una forza”. – Sally Mann

Nata a Lexington in Virginia, nel 1951, dove tuttora vive e lavora, la Mann è considerata una delle più importanti artiste contemporanee con le sue opere esposte in tutto il mondo e in importanti collezioni pubbliche e private, tra le quali quelle del Metropolitan Museum of Art, Whitney Museum of American Art e Tokyo Metropolitan Museum of Photography. Nel 2001 il Time Magazine la nomina “America’s Best Photographer” e dal 2012 è membro onorario della Royal Photographic Society.

Eredita dal padre medico, quel contatto diretto con le persone e le loro famiglie che diviene un tratto distintivo nei suoi scatti. Fin da piccola incoraggiata al suo talento per la fotografia, ha dapprima concluso i suoi studi nella Putney School, dove si è diplomata nel 1969 e poi al Bennington College, al Friends World College, al Hollins College dove ha conseguito un master in scrittura creativa nel 1975. Il suo primo lavoro come fotografa di architettura risale al 1976 in qualità di assistente alla Washington and Lee University. L’anno successivo ha avuto modo di organizzare la sua prima mostra alla Corcoran Gallery of Art di Washington, dove ha esposto opere che ritraggono l’edificazione della nuova Lewis Law Library.

Verso la fine degli anni ‘70 nasce il suo primo figlio, Emmet, nel 1981 viene alla luce la secondogenita, Jessie e nel ‘85 la sua terza ed ultima figlia, Virginia.

A metà degli anni ‘80 una prima pubblicazione, Second Sight in cui sono raggruppati i suoi scatti iniziali, una sorta di rievocazione tra qualcosa di reale e qualcosa di immaginifico, foto colme di poesia al limite con l’astratto. Sally mescola pochissimi elementi in una composizione misurata, dove linee convergono e conferiscono energia, tra un braccio appena accennato, il telo sullo sfondo come un’onda del mare e quel tratto che irrompe al centro come un filo d’erba.

“Faulkner, Poe, Wordsworth, Pound – tutti questi autori ispirano la mia fotografia e le mie fotografie restituiscono le loro parole”.  – Sally Mann, 2007

Il suo primo lavoro organico è At Twelve: Portraits of Young Women del 1988, una serie di ritratti che documentano 12 adolescenti e le loro identità in via di sviluppo. Sally fotografa infatti le ragazze in un momento importante e di passaggio della loro vita, ritraendole nel loro abituale contesto familiare. Quello che vien fuori non è solo una serie di ritratti in cui le ragazze con gli occhi sempre rivolti in macchina, comunicano attraverso il corpo, la posa e lo sguardo, ma anche uno spaccato di società in Virginia. Parte poi di una delle sue prime mostre che ha suscitato aspre critiche in quanto mette al centro della sua indagine giovani donne con i loro cambiamenti fisici e quella maturazione tra inquietudine e sogno.

 “Mi piace mettere le persone un po’ a disagio. Le incoraggia a esaminare chi sono e perché pensano in quel modo”.

Tra il 1984 e ‘94 porta a termine il progetto fotografico che le darà nel bene e nel male la notorietà, Immediate Family. In quest’opera Sally rivolge l’obiettivo ai sui suoi tre figli, che all’epoca hanno tutti meno di 10 anni, ripercorrendo tra l’infanzia e l’adolescenza, le loro giornate in fattoria. Le immagini di straordinaria potenza visiva, in cui momenti di vita ordinaria si fondono con l’occhio poetico e profondo della Mann, scavano oltre l’innocenza dei protagonisti, suscitando anche in questo caso non poche polemiche a causa dell’esposizione mediatica dei figli.

“Questi non sono i miei figli; sono figure su carta argentata scivolate fuori dal tempo”, così Sally Mann riporta nel 2015 sul New York Times, raccontando un episodio significativo tra la figlia e una sua amica, in relazione alla mostra della madre “anche i bambini capivano questa distinzione”. Una volta Jessie, che all’epoca aveva 9 o 10 anni, stava provando dei vestiti da indossare all’inaugurazione di una galleria di quadri di famiglia a New York. Era primavera e indossava un abito senza maniche. Quando Jessie alzò le braccia, si rese conto che il suo petto era visibile attraverso il giromanica troppo grande. Gettò via quel vestito e un’amica osservò con una certa perplessità: “Jessie, non capisco. Perché mai dovresti preoccuparti che qualcuno possa vedere il tuo petto attraverso il giromanica quando sarai in una stanza con un mucchio di foto che mostrano lo stesso petto nudo?”. Jessie rimase perplessa dalla reazione dell’amica: “Sì, ma quello non è il mio petto. Quelle sono fotografie”.

Il lavoro suscita fin da subito reazioni controverse nel pubblico americano, specialmente in relazione alla posa studiata e alla nudità dei bambini. Sebbene colti nella loro sensualità e inconsapevolezza, si respira con tono intimo e intriso di nostalgia, la meraviglia dietro quel rapporto spirituale, privato e impenetrabile, proprio di una madre con i suoi figli, ma anche quel rapporto vulnerabile con la natura e la terra che ti ha messo al mondo, le speranze e la paura del futuro. Eppure la nudità resta il nodo centrale, per la Mann il modo più semplice e primordiale di guardare al corpo umano, poiché incanta e incarna l’essenza di un individuo in ogni suo sviluppo e crescita. I corpi sono come sospesi in un paesaggio surreale, trasposti in un selvaggio giardino idilliaco che al contempo si fa minaccioso.

“Molte di queste immagini sono intime, alcune sono finte e altre sono fantastiche, ma la maggior parte riguarda cose ordinarie che ogni madre ha visto”. – Sally Mann, 1992

L’innocenza convive tra dubbi e sgomento, dove apparizioni improvvise e inquietanti si fanno presenza costante, e la morte non tanto fisica quanto metaforica, rappresenta lo spartiacque col mondo adulto che incombe tra bugie, violenza e infinite colpe. Sally ha scavato nella memoria di tutti noi, nel fragile ricordo di quel istante transitorio tra infanzia e adolescenza, mostrando i figli con sguardo imparziale anche in quei momenti imprevedibili come epistassi, punture di insetti, tagli e graffi. La società perbenista e benpensante le si è rivoltata contro additandola come madre snaturata, che espone i suoi figli piuttosto che proteggerli, sfruttandoli per tornaconto personale, polemiche che hanno influito sulla data di pubblicazione del lavoro.

“Una delle cose che la mia carriera di artista potrebbe dire ai giovani artisti è: Le cose che ti sono vicine sono quelle che puoi fotografare meglio. E se non fotografate ciò che amate, non riuscirete a fare della buona arte”.

Nella fanciullezza che vive e respira in ognuno di noi, l’innocenza è un atto di ribellione ai costrutti sociali, che si avvale della sua stessa natura, libera nella sua nudità, metafora ed evocazione in quello scenario incontaminato e surreale. Con il suo stile fotografico che omaggia il secolo precedente ma con un occhio verso il fotogiornalismo contemporaneo, Sally unisce la fotografia pittorica a uno sguardo documentaristico, così per la prima volta i bambini appaiono arrabbiati, imbronciati, sporchi, deformi da punture o dal naso sanguinante, una visione senza filtri, tanto personale quanto familiare a tutti noi. Come dice Oscar Wilde “nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico”, così la Mann trova una chiave di lettura e punto di coesione tra la sua visione del mondo, il pensiero critico intorno a un’opera d’arte e il linguaggio fotografico.

Per quanto le nostre impronte fossero effimere sulla sabbia lungo il fiume, così anche quei momenti dell’infanzia catturati nelle fotografie“, riflette la Mann, “e così sarà la nostra stessa famiglia, il nostro matrimonio, i figli che l’hanno arricchita e l’amore che ci ha accompagnato così tanto. Tutto questo sarà finito. Quello che speriamo rimarranno sono queste immagini, che raccontano la nostra breve storia”.

Le immagini della Mann, già cariche di mistero e di significati simbolici, si fanno così ancor più oscure e affascinanti metafore della vita, grazie ai toni caldi e ovattati di questa tecnica. E possiedono la luce e la grazia di una scrittura fotografica autentica, al tempo stesso, emanano una carica emotiva imperscrutabile, fascino elegiaco e decadente, dicotomia estetica e semantica che diviene metafora dell’esistenza stessa, tra amore e dolore, conquiste o disfatte, e caducità delle cose. Questo tipo di tecnica comporta la necessità di disporre della camera oscura nelle vicinanze, perché i negativi devono essere esposti e trattati umidi. Per questo Sally Mann ha un furgone che funge da camera oscura portatile.

Il collodio è una chiave di lettura unica che accentua il carattere malinconico e nostalgico delle sue foto e ci proietta in quel tempo indefinito, decadente e già passato che tanto affascina la Mann. La vena poetica grazie al collodio è raccolta in What Remains del 2003, un corpus sul tema della morte e sul rapporto tra tempo e memoria, vulnerabilità e decomposizione, che comprende alcuni dei suoi lavori più profondi ed affascinanti. L’autrice, attraverso il mezzo fotografico, va alla ricerca di segni di vita, di tracce lasciate dal nostro passaggio terrestre. Meditazioni sulla condizione dei mortali, della vecchiaia, della fragilità, immagini che riflettono la convinzione di Sally che si può apprezzare appieno la vita solo guardando la morte da vicino. Un progetto che nel 2012 viene poi riproposto in mostra nel Fotografiska Museum di Stoccolma. Nel 1994 pubblica il suo quarto libro Still Time, summa dei suoi precedenti lavori, ed è con il nuovo millennio che si ha la seconda pubblicazione del suo ritratto di famiglia sul New York Times Magazine.

All’inizio degli anni ’90 Sally Mann smette gradualmente di fotografare la sua famiglia per concentrarsi sul paesaggio circostante. Ha quindi iniziato a fotografare le colline, i ruscelli e le foreste che si trovano vicino a casa sua. Nel decennio più tardi si avventura ancora più a sud, cercando di mostrare come la terra trattiene le cicatrici del passato della storia americana, fatta di guerre, di morte, sofferenza e ingiustizie. Considerando l’impatto sulla sua terra natale, Sally Mann si chiede se “la terra questa guerra se la ricorda, e se questi campi sono testimoni di una carneficina, con che voce parlerebbero?”. Fino al 2003 nel tentativo di rispondere a queste domande, ha fotografato tra gli altri, i campi di battaglia di Antietam, Cold Harbor, Fredericksburg, Manassas, e sempre col processo del collodio umido, lasciando quei difetti, graffi e crepe, tutte imperfezioni che danno alle sue immagini una risonanza drammatica. Un metodo, metafora e punto di riflessione introspettiva, in linea sia sugli effetti della guerra sia sulla questione razziale legata appunto al territorio. Pubblica così nel 2005 il suo sesto libro, Deep South, una serie di 65 scatti in bianco e nero, che ripercorre in viaggio, paesaggi fotografati tra il 1992 e il 2004 con pellicola 8×10, tra Alabama, Mississippi e Louisiana. Luoghi che la stessa Mann descrive come “paesaggi del sud abitati da fantasmi, campi di battaglia, palazzo in rovina, avvolti nel mistero e il posto dove Emmett Till (ragazzo afroamericano brutalmente assassinato per motivi razziali in Mississippi) fu ucciso.” La Mann calca ogni stereotipo del Sud e demolisce sottilmente ogni suo presupposto, con inquietanti immagini sospese da qualche parte tra documento e sogno. Si hanno quindi quattro serie fotografiche, fisiche e spirituali. Tra fiumi e paludi, utili agli schiavi come potenziali vie di fuga verso la libertà, o chiese che offrivano la promessa di un cammino spirituale verso la liberazione, e ritratti degli stessi afroamericani.

“Dal momento che il mio luogo e la sua storia erano già dati per acquisiti, mi restava da trovare quelle metafore; indizi codificati e semidimenticati all’interno del paesaggio del Sud”. – Sally Mann, 2015

In un’intervista del 2016, ha spiegato come il profondo sud sia perseguitato dalle anime dei milioni di afroamericani che hanno costruito quella parte del paese con le loro mani, col sudore e il sangue delle loro spalle. “Per me il Profondo Sud era infestato dalle anime dei milioni di afroamericani che hanno costruito quella parte del Paese con le loro mani e con il sudore e il sangue delle loro schiene”, un paesaggio che appare “sia patria che cimitero, rifugio e campo di battaglia”.

I quadri romantici di un paesaggio meridionale si fanno cupe vedute di grandi dimensioni come incisioni, infuse di nebbia e fumo che si innalzano in un cielo stellato, i fiumi venati della terra tra steli spezzati di granoturco, una fila di alberi di cedro che si stagliano contro il bagliore che affonda all’orizzonte. Immagini tanto al limite con l’astratto da risultare altamente evocative.

Body Farm del 2000 è un’opera in cui la Mann ci costringe a guardare la morte da vicino attraverso le fotografie dei cadaveri in decomposizione. Questi corpi, donati all’Università del Tennessee per studi forensi, vengono lasciati in un bosco recintato e affidati alla decomposizione naturale, in questo modo è possibile studiarne i cambiamenti, a seconda del tempo e del variare delle condizioni atmosferiche. Stesse atmosfere lugubri e spettrali in Battlefields del 2003, un lavoro in cui i paesaggi del sud, teatro delle sanguinose battaglie durante la guerra civile americana, prendono vita in immagini di grande formato tra le più cupe, enigmatiche e spesso di difficile identificazione che la Mann abbia prodotto.

Attualmente vive in una grande fattoria con il marito Larry, affetto da distrofia muscolare, che è il soggetto del suo nuovo, duro e più complesso lavoro, Proud Flesh. Sally documenta senza sosta i lenti cambiamenti fisici che lo coinvolgono, e si avvicina al corpo vulnerabile del suo compagno in maniera delicata ed allo stesso tempo cruda. Un progetto pensato e studiato da entrambi le parti, nell’impegno di far conoscere e vedere da vicino gli effetti della malattia e la fragilità della vita. Travolta dall’impulso documentaristico di quel corpo così familiare eppure drammaticamente mutato, Sally afferma “Che cosa continua ad attrarla del corpo? Certamente, nel caso di mio marito, è stato un impulso documentaristico perché il suo corpo è cambiato in modo così drammatico. Ho avuto un forte impulso a esplorarlo fotograficamente per aiutarmi a fare i conti con quello che gli è successo”.

Tutte le opere della Mann evocano l’instabilità della memoria, la vulnerabilità del corpo, le devastazioni del tempo e il divario indicibile scavato tra materia e spirito. I temi da sempre approfonditi sono la morte e il tempo. La morte, come messa in scena metaforica dell’abbandono, dell’infanzia e come esorcizzazione poiché atavica nemica di tutti, ed infine il ritorno con la morte alla terra, con quel fascino per la decomposizione. E il tempo, una costante, un valore profondissimo e irrinunciabile, sia che si rapporti in relazione al morte che alla rinascita, il tempo scandito in relazione alla malattia o alla crescita dei figli.  La fotografia di Sally Mann intreccia un unico grande racconto per immagini fortemente radicato nel tempo e nel luogo, un tutt’uno catturato con quello stile onirico e gotico, talvolta realista altre surreale, ma sempre con una certa dose di lirismo e spiritualità.

Un linguaggio fotografico monocromatico che conferisce solennità ed eleganza, mentre la tecnica del collodio umido quella nostalgia dei momenti passati. La poetica della Mann è tutta qui, un esame meticoloso e materico con la vita, una rivelazione che ti costringe a guardare e a porci delle domande.

La grandezza espressiva si disvela nella bellezza incontaminata dell’infanzia, nel candore della sua innocenza, nella selvaggia nudità di bambini che giocano, nell’abbraccio trasognato di un uomo senza volto, nella malinconia struggente dei ricordi che attanaglia la gola e stringe il cuore.

“Per poter scattare le mie foto, devo guardare sempre le persone e i luoghi che mi sono cari”, scrive. “E devo farlo sia con caldo ardore che con fredda valutazione, con le passioni dell’occhio e del cuore, ma in quel cuore ardente deve esserci anche una scheggia di ghiaccio”. – Sally Mann

Le fotografie di Mann con la loro poetica portano in dono un forte senso di curiosità ed esplorazione, inducono a viaggiare nel tempo, come se alla vista di quei volti si abbia voglia di rivedere gli stessi da grandi. Un’osservazione antropologica tanto preziosa quanto effimere e singolari sono le sue visioni, che rievocano le parole del poeta Merwin, perché ogni momento della nostra vita è “irripetibile come una nuvola”.

“Le fotografie soppiantano e corrompono il passato, creando al contempo la propria memoria”.

Articolo di Cristina Carbonara