105 – André Kertész

10 Maggio 2022 - Orizzonti

André Kertész, il malinconico fotografo – poeta

“Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima” – Henri Cartier Bresson

“La fotografia è la mia sola lingua. Io non faccio semplicemente delle foto, io mi esprimo attraverso esse. La mia fotografia è un diario intimo, uno strumento per dare un’espressione alla mia vita, per descriverla, come i poeti o gli scrittori descrivono le esperienze che hanno vissuto. Fotografo il quotidiano della vita, quello che poteva sembrar banale prima di avergli donato nuova vita. Amo scattare il mondo, anche nei suoi squarci di umile monotonia. Sono nato chiuso, ma un chiuso aperto alla strada, ed ho cercato la felicità nel silenzio di un istante. Ho cercato gli occhi innocenti, di cui ogni sguardo sembra il primo, le menzogne dietro la superbia ed i sorrisi fatui, fantasmi seduti al sole su delle vecchie sedie. Ho cercato di vedere, ho cercato di capire.” Kertész

Tra i più influenti e visionari fotografi della storia, André Kertész rappresenta l’essenza propria della fotografia. Dal carattere introverso, convinto assertore della necessità di cogliere qualsiasi aspetto del mondo, dimostra come ciascun elemento, dal più̀ banale al più rilevante, meriti di essere fotografato. Lo stesso gigante Henry Cartier-Bresson descrive Kertész come il padre della fotografia moderna, per la spiccata genialità e spirito di osservazione della realtà quotidiana.

Intimità dei soggetti, atmosfere evanescenti e surrealiste, attaccamento ai lati più semplici della vita, fedele ai propri pensieri e al proprio sentire, sono le caratteristiche del fotografo ungherese. Sebbene non sia mai stato alla ricerca di apprezzamenti e consensi, è da ritenersi tuttora il maestro dei maestri, tra i pionieri della fotografia moderna per il suo temperamento e inclinazione alla poetica del silenzio. Fin da subito lontano dal mondo del reportage e della cronaca, Kertész è il genio delle cose semplici, non si è mai occupato di grandi temi, né politici né sociali; eppure viene riconosciuto universalmente come il maestro del novecento. I costanti mutamenti di stile, temi e linguaggi, se da un lato ci impediscono di collocare il suo lavoro in un ambito preciso, dall’altro ne dimostrano la versatilità̀ e l’incessante ricerca comunicativa. Fotografo e intellettuale che attraversa e abbraccia due mondi, l’est e l’ovest del novecento, cittadino delle più grandi metropoli, da Budapest a Parigi e poi New York, chi meglio di lui è stato in grado di cogliere e raccontare la promessa e lo spaesamento, l’illusione e la disillusione.

Nato a Budapest nel 1894 da una famiglia della media borghesia ebraica, André si diploma nel 1912. Nello stesso periodo acquista la sua prima fotocamera, una maneggevole ICA 4.5×6 che utilizza senza stativo. Fotografa contadini locali, la campagna ungherese e la vita quotidiana. Si ritiene abbia scattato la sua prima poliedrica fotografia, Sleeping Boy nel 1912, ad un ragazzo dormiente ripreso sullo sfondo della drogheria di famiglia, fin tanto che nel 1914, determinato a fare della fotografia la sua carriera, decide di abbandonare il posto di lavoro presso la Borsa.

Con l’inizio del primo conflitto mondiale si arruola nell’esercito austro-ungarico partendo volontario per il fronte russo-polacco e porta con sé una piccola Goerz Tenax. Durante il conflitto senza cogliere i momenti più̀ cruenti, scatta e documenta prevalentemente la vita di trincea e le lunghe marce delle truppe, “portavo una macchina fotografica con me ovunque. Quando ero in guerra in prima linea, trascinavo i negativi su lastra in una custodia di metallo posizionati sulla schiena. Gli altri ragazzi mi dicevano che ero pazzo, io rispondevo loro che se sopravvivevo a questa vita, allora avrei rappresentato il suo sviluppo, se non lo avessi fatto sarebbe stato come rinunciare alla mia stessa volontà di vivere. Ero solo uno dei tanti. Ma a differenza dei fotografi professionisti che registravano gli avvenimenti della Guerra, io riprendevo i soldati mentre marciavano e vivevano la loro difficile quotidianità. Sapevo che la vita era troppo breve per non essere colta in tutte le sue manifestazioni”.

Dopo il conflitto torna in patria, sebbene per un paio di anni continui il suo lavoro in Borsa, matura e perfeziona il suo interesse e studio per la fotografia, scattando ogni qualvolta riesca a ritagliarsi del tempo libero. Nel 1925 la rivista ungherese Érdekes Újság pubblica una sua fotografia sulla loro copertina dandogli una certa visibilità. In quello stesso periodo la depressione post-bellica a Budapest, spinge André a Parigi, rapito dai nuovi fermenti artistici ed ecclettiche figure d’avanguardia come Robert Capa, Man Ray, Berenice Abbott e Germaine Krull. Entra a far parte del circolo degli artisti ungheresi, riuniti al a Montparnasse, e stringe legami di amicizia con i pittori Mondrian, Chagall, Léger e con ogni intellettuale dell’epoca, tutti che in qualche modo influenzano e ispirano profondamente il suo lavoro. Significativa svolta per la sua carriera resta la sincera amicizia e scambio creativo con il fotografo ungherese Brassaï. Entrambi ammiratori della vita notturna Parigina, gli scatti del periodo francese si ricordano per le loro atmosfere oniriche, che perfettamente riflettono il carattere romantico e malinconico di Kertész.

Nel 1927 è il primo fotografo ad avere una mostra personale a Parigi, nella Galerie Au Sacre du Printemps. Nel catalogo, la poesia del teorico dadaista Dermée, introduce Kertész come un singolare uomo dagli “occhi innocenti di cui ogni sguardo sembra il primo, si meraviglia a ogni nuova immagine che crea, nessun inganno e nessuna manipolazione la sua è tecnica onesta, incorruttibile come la visione nel nostro ospizio di ciechi, Kertész è il fratello che vede per noi”.  Nel 1928 acquista una Leica, maneggevole e discreta, che semplifica il particolare approccio di Kertész come fotografo itinerante, consentendogli un approccio visivamente più sperimentale, senza perdersi in tecnicismi lo scatto conserva quel fascino contemplativo e il suo potere visivo tanto caro alla sua poetica. In quello stesso anno grazie all’amico Brassaï inizia a lavorare per la rivista francese Vu, antesignana dell’americana LIFE, con Cartier Bresson. E poco dopo le sue fotografie iniziano a circolare tra le testate più importanti europee. L’anno seguente figura tra i nomi della prima mostra indipendente di fotografia, Il Salon de l’Escalier, accanto a nomi di spicco come Man Ray, Berenice Abbott, Nadar, Eugène Atget e Germaine Krull, e nel 1929 partecipa alla mostra internazionale Film und Foto a Stoccarda e a Berlino.

Nel 1933 la rivista Le sourire offre al giovane André cinque pagine da riempire in piena libertà, così per l’occasione affitta uno specchio deformante da un circo e nel suo studio con le due modelle, Hajinskaya Verackhatz e Nadia Kasine realizza la serie conosciuta con il nome di Distorsioni. Di fatti riprende con un estro creativo estremamente singolare all’epoca, il tema delle distorsioni, già sperimentato nel 1917 con Il nuotatore sott’acqua, dove il corpo investito da riflessi luminosi e otticamente distorto, sembra anticipare i lavori che seguono in quegli anni. Kertész ricerca e coglie tutte le infinite possibilità di deformare il corpo umano, sperimentando sapientemente e meticolosamente con le luci in un surrealistico gioco sulle alterazioni della forma, reinventando la realtà e ribaltando la comune visione del soggetto anatomico più classico, ovvero il nudo femminile. La sua sfida non è tanto quella di rappresentarlo nella sua normalità ma svelarne i conflitti interiori. Lo specchio, vero demiurgo, ispiratore mistico di nuovi corpi-fantocci, proietta e trasfigura in un gioco erotico quasi sadico gli arti delle modelle, che si allungano spropositatamente.

L’armonia classica è ora solo un vago ricordo, crollano i canoni di ciò che è da sempre considerato normale e di indiscutibile bellezza. Si è davanti a un’esperienza personalissima e sconvolgente, di sagome allungate che non hanno nulla di umano, modelle ridotte a bambole malleabili ed elastiche. Un’immagine che nella massima libertà interpretativa non fa altro che destabilizzare. Conseguenza del fascino che hanno le lezioni del surrealismo, le Distorsioni sono il punto di massima sperimentazione stilistica di Kertész, liricamente oltre i confini del visibile e sensibile, con quell’innata genialità visionaria che lo contraddistingue. Sconvolto e disorientato, chi guarda è ora ben lontano dai canoni di proporzione, sottoposto a molteplici punti di vista e insospettabili interpretazioni dell’io.

Interessato alle nuove correnti artistiche americane, nell’ottobre 1936 si trasferisce a New York e comincia a lavorare con l’agenzia Keystone, ma il suo stile lirico e molto autoreferenziale non è inizialmente adatto al panorama giornalistico statunitense, orientato su uno stile più rigoroso, poco sentimentale e asettico. “Le sue immagini dicevano troppo” così la rivista Life rifiuta un suo lavoro. Dopo Keystone, a distanza di solo un anno iniziano collaborazioni con molte riviste, tra cui la Harper’s Bazaar, Vogue e Look. In America sperimenta un forte contrasto, in linea con la durezza del paesaggio industriale, e quel senso di desolazione e di solitudine, complice la vastità del continente con le sue metropoli che ricorda i paesaggi urbani di Hopper.

Negli ultimi anni di vita fu costretto per problemi di salute a rimanere in casa, ma questo non nuoce alla sua maniacale passione per la fotografia e la sua voglia di scattare. Anzi da questa sua prigionia nasce il libro From my window, una dedica alla moglie morta di cancro, realizzato puntando un teleobiettivo dalla finestra della sua casa, affacciata sul Washington Square Park. Dalla finestra coglie i momenti più intimi delle persone, tanto che From my Window è considerato uno dei più struggenti ed emozionanti ritratti dell’umanità, catturati nei momenti più semplici del quotidiano.

Il colore per Kertész è un aspetto decisamente nuovo e di pura sperimentazione, eppure nel 1981 pubblica Polaroid, raccolte di nature morte scattate sempre tra le mura del suo appartamento, confermandolo nuovamente il maestro della luce. In questo periodo opera con i mezzi più̀ semplici, trasformando il banale di utensili, occhiali e pipe, in qualcosa di etereo e poetico. E sebbene la sua natura morta la si può vedere come astrazione geometrica semplificata e supportata dall’uso di audaci linee monocromatiche, riflessioni e ombre, l’identità̀ dell’oggetto non è mai nascosta.

Ne sono esempi significativi il profilo dei comignoli sullo sfondo del cielo, il gioco di doppi creato dall’ombra di una forchetta in un piatto, i nodi di luci ed ombre in linea con quella malinconia dietro un tulipano appassito. La bellezza nella quiete dell’inanimato come la sconvolgente deformità di un corpo, svelano il vero e le sue intime concordanze con i dissidi interiori. La Fourchette  del 1928, è un’immagine che trasmette una sensazione di malinconia, forse perché ci fa percepire, con sorpresa, quante possibili forme si nascondono dietro l’apparenza comune delle cose. D’altra parte Susan Sontag definiva la fotografia di Kertész “a wing of pathos”, capace certamente non solo di straordinarie composizioni formali, ma anche di elevare dettagli apparentemente banali in poesia meditativa.

Se nella capitale ungherese muove i suoi primi passi e in quella francese entra in contatto con le personalità più importanti dell’arte, è a New York che definisce la sua consacrazione mondiale. Dopo il ’64, anno in cui presenta le sue opere al Museum of Modern Art di New York, seguono lavori ed esposizioni da Londra, Parigi, Stoccolma, a Melbourne, Tokyo, Buenos Aires. Il 28 settembre 1985 André Kertész muore a New York lasciando più di 100.000 negativi, che raccontano il novecento, lontani dallo sperimentalismo di Man Ray o dall’impegno sociale, con una fotografia fatta di pause, silenzi e pura poesia. In quegli anni così tormentati e difficili, Kertész si esprime sempre con un personalissimo linguaggio e riconsegna in oggetti, volti e scorci urbani, eterei come immacolati martiri, quella realtà caotica e irrefrenabile.

Kertész ama perdersi tra vicoli e parchi, sui tetti o lungo la riva della Senna, per poi ritrovarsi in quel suo amplio e visionario diario, dove la fotografia si fa lo strumento necessario per descrivere la vita, “interpreto la mia sensazione in un determinato attimo, non quello che vedo ma quello che sento” e ritiene l’intuizione miglior ingrediente per creare una sostanza poetica, “il momento s’impone sempre nel mio lavoro”.  Alti e bassi, illusioni e disillusioni, la vita di Kertész è stata un po’ questa, con il suo atteggiamento e sensibilità̀ che poi ha trasferito nelle fotografie. Tuttavia i suoi lavori poco rigorosi e didascalici, non sempre riconosciuti nel panorama fotogiornalistico, sono stati spesso oggetto di critica o comunque poco apprezzati. Un’arte e una sensibilità legata ai margini della società e sempre con toni intimi e lirici.

Kertész ci ha lasciato uno scrigno di immagini che prediligono la delicatezza e la vulnerabilità di emozioni transitorie. Foto che vivono come in un imminente passato ed evocano ricordi. Ogni cosa fugge eppure ritorna in altre forme, per non dimenticare ne perdere lo stupore per le piccole cose. Contrario al virtuosismo per lui nemico della fotografia d’arte, sarà sempre alla ricerca di qualcosa di onesto, con uno sguardo surrealista tra reale e irreale, nelle sue torsioni e suggestioni, “non appena trovo un soggetto che mi interessa, lascio che sia l’obiettivo a registrarlo con verità”.

Il mondo di Kertész, perfetta sintesi di forma e contenuto, avvolge ed emoziona, dove la fotografia si fa strumento e custode di vite immaginate e sognate, che forse non si sarebbero viste mai così, un contrappeso tra qualcosa di inespresso, effimero e l’intimo groviglio di esperienze. Come le rime di un poeta la sua fotografia resta un segreto che ti porta a vivere molte vite, scenari fantasiosi, immaginari, quasi inverosimili eppure capaci di riordinare il mondo più vero del vero. Sperimenta sempre nuove tecniche con diverse attrezzature, in Broken Plate del 1929, Kertész racconta “stavo solo testando un nuovo obiettivo per un effetto speciale. Quando sono andato in America ho lasciato la maggior parte del mio materiale a Parigi, e quando sono tornato ho trovato il sessanta percento delle lastre di vetro rotte. Questo l’ho salvato ma aveva un buco. L’ho stampato comunque. Un incidente mi ha aiutato a produrre un effetto meraviglioso.”

André Kertész riesce sapientemente a districarsi tra tecnicismi e il senso della composizione basata sulla geometria, la forma e la prospettiva aerea; quel dipingere con la luce giocando con l’angolo in cui essa batte sui soggetti e proietta virtuose ombre, e una narrazione lirica sempre curiosa sul mondo: “credo che le immagini più memorabili siano quelle che si toccano su base emotiva. Le fotografie che hanno colpito dritto allo stomaco e si imprimono sulla memoria. Ritengo che le emozioni espresse siano più importanti della tecnica stessa. Essa non è così importante, le emozioni sono nel sangue, gli eventi e l’umore con cui sono percepiti è più importante di una buona luce.” Protagonisti delle sue fotografie sono i parchi innevati, le stradine silenziose, la folla tra i ponti della Senna. E poi c’è anche la manipolazione delle ombre, che in alcuni casi sostituiscono le persone e gli oggetti, in altri formano simmetrie e traiettorie. Kertész ha dimostrato con il suo stile poetico e visionario, lontano da ogni etichetta, che qualsiasi soggetto al mondo può diventare una fotografia ricca di significato.

André Kertész riesce sapientemente a districarsi tra tecnicismi e il senso della composizione basata sulla geometria, la forma e la prospettiva aerea; quel dipingere con la luce giocando con l’angolo in cui essa batte sui soggetti e proietta virtuose ombre, e una narrazione lirica sempre curiosa sul mondo: “credo che le immagini più memorabili siano quelle che si toccano su base emotiva. Le fotografie che hanno colpito dritto allo stomaco e si imprimono sulla memoria. Ritengo che le emozioni espresse siano più importanti della tecnica stessa. Essa non è così importante, le emozioni sono nel sangue, gli eventi e l’umore con cui sono percepiti è più importante di una buona luce.” Protagonisti delle sue fotografie sono i parchi innevati, le stradine silenziose, la folla tra i ponti della Senna. E poi c’è anche la manipolazione delle ombre, che in alcuni casi sostituiscono le persone e gli oggetti, in altri formano simmetrie e traiettorie. Kertész ha dimostrato con il suo stile poetico e visionario, lontano da ogni etichetta, che qualsiasi soggetto al mondo può diventare una fotografia ricca di significato.

Tutto prova la sua versatilità e urgenza comunicativa non comune, una fotografia che coglie l’attimo. Di fronte a uno scatto del maestro ungherese, lo spettatore è stimolato a farsi delle domande e a darsi delle risposte. Come in Meudon del 1928, dove un treno proveniente da destra attraversa un viadotto mentre in primo piano un uomo con cappotto scuro e cappello irrompe sulla strada. Niente nel quadro è di per sé insolito, non accade nulla di stravagante eppure l’effetto è in qualche modo è inquietante. Una simultaneità di cose dissimili, una connessione nella loro casualità che cattura lo sguardo dell’osservatore e lo sorprende. L’interesse visivo è nella stranezza dell’immagine tra l’imponente viadotto e locomotiva ridotte come in miniatura, mentre spicca il gentiluomo ben curato, perfettamente a suo agio in quell’ambiente apparentemente squallido del sobborgo di Meudon. Uno scenario di vita quotidiana parigina che rammenta la scena di un film o qualcosa dei dipinti di de Chirico, le invenzioni di Balthus o René Magritte. In Peggy Guggenheim del 1945, l’eccentrica collezionista d’arte è ritratta nel suo appartamento duplex di New York, e come devozione all’arte surrealista compare sullo sfondo il dipinto di Paul Delvaux, L’aurora. L’ombra minacciosa di una bottiglia in primo piano, quel riflesso deformato dallo specchio convesso, si conferma una peculiarità nella fotografia di Kertész. Ne Il Circo del 1920 Kertész fotografa spesso persone nell’atto di osservare, ma non si concentra su ciò che stanno guardando, ironicamente pone l’attenzione non sull’oggetto del loro guardare quanto rivelare l’importanza stessa di quel gesto. Kertész stesso ricorda spesso come “bisogna essere pazienti per cogliere il momento giusto, il momento si impone sempre nel mio lavoro, quello che sento lo faccio, questa è la cosa più importante per me. Tutti possono guardare ma non necessariamente vedere.”

My photography is really a visual diary […]. It is a tool, to give expression to my life, to describe my life, just as poets or writers describe the experiences they have lived. It was a way of projecting things that I had found. I photographed things that surrounded me – human things, animals, my house, shadows, peasants, life around me. I always photographed what the moment revealed to me. – André Kertész

Articolo di Cristina Carbonara